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US AND THEM - NOI E LORO

il nulla e l'invisibilità

NOI

Chiusi in casa, a volte annoiati, spesso alla ricerca di una buona scusa per mettere fuori il naso e magari fare quattro passi.

Scocciati dalle lunghe code al supermercato, da dove usciamo stracarichi di ogni ben di dio e possibilmente di qualche aggiunta gratificante (mai mangiati così tanti dolci).

Alla finestra.

Da casa, qui a Roma, vedo le strutture dello Spallanzani.

L'eliambulanza scende tra gli alberi più volte al giorno e ogni volta, ormai dipendente dalla coronastrizza, mi immagino che trasporti un nuovo poveretto intubato. Ovviamente non sempre è così;  l'elicottero serve anche l'Ospedale San Camillo, adiacente allo Spallanzani.

Roma è quasi deserta.

Ormai le immagini di questo tipo non fanno quasi più alcun effetto, eppure soffermandosi per un attimo risultano surreali. Ancor più surreale avere l'opportunità di vedere coi propri occhi e vivere sulla propria pelle il vuoto e il silenzio.

Gli incontri capitano.

Capita di incontrare un fortunato che abita a meno di 200 metri da Largo Argentina, oppure sgarra per una sgambatina in centro.

Scende la sera.

Guardo fuori dalla finestra.  Cerco le sfumature del cielo e trovo la nostalgia dell'aria aperta.

Guardo fuori e mi guardo dentro. E dentro vedo il malefico, invisibile virus.

La preoccupazione, la innegabile inconscia paura.

 

Ma c'è anche il desiderio di vedere di persona, di sperimentare.

Ho deciso.

Domani rispolvero il tesserino di Giornalista e esco. Mi aggregherò a un paio di amici fotografi e mi sentirò meno solo e meno "fuori posto".

LORO

Loro una casa non ce l'hanno.

Dormono in città, dove capita, dietro un riparo di cartoni, sotto una piccola tenda o, per i meno sfortunati, in una vecchia roulotte. Qualche fortunato, forse, una casa ce l'ha, ma è un povero.

A loro non avevo mai pensato in questi giorni.  E poco anche prima a dire il vero.  Fanno parte di ciò che non vedi e quindi non esiste.  L'errore che molti hanno fatto col virus io l'ho fatto nei loro confronti.  Invisibili e quindi inesistenti. 

Me li fa incontrare un amico fotografo.

Entro in Chiesa.

Le distanze di sicurezza sono mantenute a fatica, ma qui distribuiscono i pasti. 

Dopo il vuoto che ho incontrato fuori, fa ancora più impressione incontrare, anzi impattare in questa umanità,

che solitamente vive appartata. 

E' difficile fotografare.

Impossibile non urtare la sensibilità di chi è in Chiesa per elemosinare un po' di cibo.

Poi si scambiano poche parole e un milionesimo della barriera che ci divide cade. Quanto basta per tre, quattro scatti, un po' mossi.  Forse perché la mano trema un po'. 

Con 1/60 e il 28 millimetri le fotografie non mi vengono mosse.  Di solito.

Alcuni si nascondono.

Non questo signore (si, lo chiamo signore, non solamente uomo) che mi sembra colmo di dignità, mentre attende con molta più pazienza di quanta ne ho io in fila al Conad.

Pochi minuti e torno nel vuoto esterno.

Lo stesso vuoto che mi sembrava spaventoso e surreale è ora rassicurante. Che viltà è questa?

Qualcuno inizia a uscire col suo sacchetto. Chissà dove andrà a rifugiarsi, mi chiedo.

Quale autocertificazione potrebbe mai esibire?  Nessuna, perché è un invisibile.

© Testi e fotografie Umberto Carlo Sommaruga 2020